Old Stone [recensione]


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Il protagonista Chen Gang

Perdita di umanità. Questo il tema principale di Lao Shi (Old Stone), apprezzabile opera prima di Johnny Ma premiata all’ultimo Toronto Film Festival e riproposta al Torino Film Festival 2016 nella sezione Festa Mobile.

Il film segue il personaggio di Lao Shi, un mansueto tassista che disgraziatamente investe un giovane provocandogli il coma. L’uomo, martoriato dal senso di colpa, decide di soccorrere la vittima e di portarla in ospedale e da quel momento non se ne separa più, facendosi carico delle spese mediche, poiché i familiari se ne lavano le mani.

La legge cinese, per altro, si scaglia con ferocia contro chi si ferma a soccorrere la propria vittima piuttosto che darsela a gambe levate, negando la copertura dell’assicurazione; da questo paradosso del sistema si sviluppa una situazione tragica e insensata.

La necessità morale di Lao Shi di rimanere accanto al giovane non viene compresa da nessuno, a partire da sua moglie, che riduce tutto a una questione economica e non riesce ad apprezzare il suo ammirevole altruismo. E lo stesso succede con chiunque altro: l’isolamento diventa totale, irreparabile. E quando l’uomo tenta di liberarsi del peso economico la burocrazia e le complicazioni legali diventano una prigione da cui è impossibile uscire.

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Tutti i personaggi che gravitano intorno a Lao Shi rappresentano una società del tutto degradata e priva di valori, ciascuno pensa solamente al proprio tornaconto, senza riuscire a vedere il prossimo come un altro essere umano. Conta solo il denaro, unico motore che spinge all’azione, unico scopo da perseguire a tutti i costi.

La pellicola parte con uno stile realista, da scene del quotidiano, in casa, tra le strade della città, attraverso uno sguardo oggettivo sulle situazioni; mentre procedendo con la storia il dramma diventa manifesto e ci si trova di fronte a un thriller psicologico e simbolico, marcato dalla tensione crescente.

Si tratta di una vera e propria discesa negli inferi provocata dall’indifferenza e dall’emarginazione, con l’emersione della pura bestialità, palese in un drammatico scontro nel fango accentuato dall’intensità struggente della colonna sonora. Uomini come animali feroci che si azzannano per sopravvivere.

La riuscita del film sta anche nell’eloquente sguardo di Chen Gang, interprete del protagonista, che esprime con semplicità ed efficacia un’ampia gamma di sentimenti, dal dispiacere al folle istinto omicida, e chiede allo spettatore quella compassione che non riesce a trovare nella sua realtà.

Un film potente e incisivo, capace di smuovere lo spettatore e invitarlo a riflettere sulla propria umanità. Debutto senz’altro promettente per un regista da tenere d’occhio.

G.

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