American Gothic / Fight Club 2


Tra le pagine del graphic novel Fight Club 2, sequel del romanzo di culto del 1996, si trova un’affascinante citazione di un’opera-simbolo dell’arte americana del XX secolo.

Grant Wood American Gothic (1930)

Chuck Palahniuk e Cameron Stewart – Fight Club 2 (2012)
G.

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“Destino”: l’arte di Salvador Dalí incontra il mondo di Walt Disney


E’ uscito nell’ormai lontano 2003, ma era in progetto dal 1945, è Destino, cortometraggio d’animazione nato dalla collaborazione di due geni fuori dal comune, il padre dell’animazione Walt Disney e Salvador Dalí, re indiscusso del surrealismo. Al centro della scena una ballerina che ricerca il suo amore perduto negli spazi del deserto, attraverso una continua metamorfosi di immagini oniriche, una sintesi dell’iconografia dell’artista.

Dalí e John Hench, disegnatore degli studios Disney, realizzarono i disegni e i bozzetti preparativi tra il 1945 e il 1946, ma il cortometraggio non venne prodotto a causa dei problemi finanziari della Disney, colpita da una grave crisi durante il secondo conflitto mondiale, e venne messo da parte.

Nel 1999 Rod Edward Disney (nipote del celebre Walt) rispolverò il progetto, che vide la luce grazie al lavoro di completamento degli studios Disney di Parigi e la regia dell’animatore Dominique Monfrey. Per effettuare questa operazione gli animatori hanno dovuto decifrare i complicatissimi storyboard di Dalí ed Hench, aiutandosi con i diari di Gala, moglie dell’artista).

All’animazione classica sono stati aggiunti ritocchi in computer grafica; inoltre, ad arricchire il progetto contribuiscono le musiche del compositore messicano Armando Dominguez.

Il corto ha incontrato il favore della critica con un premio al Festival Internazionale del film d’animazione di Annecy nel 2003 e una nomination agli Oscar nel 2004.

Buona visione!

G.

“Brick the LP”: i dischi dventano LEGO


Davvero interessante il progetto del designer inglese Aaron Savage, che ha riprodotto le copertine dei suoi album preferiti attraverso gli intramontabili mattoncini LEGO, sempre più utilizzati per svariate forme d’arte: è “Brick the LP“, una simpatica galleria di fotografie che ripropone 45 cover, imitandone accuratamente ogni dettaglio.

Artisti e album che hanno segnato la storia della musica e non solo: da Elvis, passando per Queen, Kiss, Nirvana, Bowie, Madonna fino a Jack Johnson, Lily Allen e Calvin Harris.

Ecco la gallery per confrontare alcuni album originali e la loro ricostruzione formato LEGO:

David Bowie – Aladdin Sane

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Queen – Queen II

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Dizzee Rascal – Boy in da Corner

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Elvis Presley – Elvis Presley

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Franz Ferdinand – You Could Have It So Much Better

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Jack Johnson – Brushfire Fairytales

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Pulp – This is Hardcore

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John Lennon & Yoko Ono – Unfinished Music No.1 Two Virgins

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Kiss – Dynasty

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Lily Allen – It’s Not Me It’s You

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Muse – Absolution

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G.

Indubbiamente erano anni felici


Anni-felici-il-nuovo-film-di-Daniele-Luchetti-Il-trailer_h_partb (1)Davvero sui generis la famiglia romana del 1974 ritratta da Luchetti nel suo ultimo lavoro Anni felici, uscito nel 2013, dallo scarso rendimento al box office. Kim Rossi Stuart dà il volto all’uomo di casa, Guido, un aspirante artista d’avanguardia alla ricerca del successo, amante della libertà e delle scappatelle, facile bersaglio degli attacchi della critica e soprattutto della madre. La bella Micaela Ramazzotti invece è mamma Serena, una moglie premurosa e devota, ma mai all’altezza intellettuale del creativo Guido, che le sfugge continuamente. La coppia, appassionata ma poco funzionale, è tenuta insieme dai due piccoli di casa: Paolo e Dario, narratore della storia, attraverso il suo sguardo di bambino, spesso filtrato da una cinepresa. Evidente l’operazione autobiografica del regista, che rappresentandosi sotto le vesti del giovane Dario descrive la propria famiglia in base ai ricordi e alle sensazioni, tenendo presente il contesto storico-sociale degli anni ‘70, che influenza irrimediabilmente le azioni e i pensieri dei protagonisti.

Struggente il rapporto di Guido e Serena che si cercano, si attraggono come calamite, ma non riescono ad amarsi completamente, finché lui diventa sempre più irrequieto, lei cerca l’emancipazione: le distanze non possono che aumentare, di fronte allo sguardo sofferente dei figli, confusi dai continui alti e bassi che scuotono il rapporto dei genitori. Guido non molla l’impresa di dimostrare la sua originale vena artistica, Serena riscopre sé stessa, il femminismo, e un tipo di amore completamente diverso, che la porterà a rimescolare le carte della sua relazione e della sua vita.

I vari allontanamenti però non riescono mai a disintegrare del tutto l’amore, l’intesa, il continuo cercarsi e lasciano spazio alla serenità, al piacere del singolo momento.

“Anni felici” è un film davvero piacevole, che colpisce, oltre per l’ottima interpretazione di Rossi Stuart e Ramazzotti, per il realismo, le grettezze, le mancanze che compongono il ritratto familiare, nelle quali si può comunque ritrovare la bellezza della vita. Come suggerisce il narratore:

“Indubbiamente erano anni felici. Peccato che nessuno di noi se ne fosse accorto”.

Ed è proprio così. Ci aspettiamo che sia sempre tutto perfetto, non ci accorgiamo di quanto si possa essere felici anche in una quotidianità instabile e carente. Come Guido, Serena, Dario e Paolo, che sanno amarsi, divertirsi, prendersi in giro e confrontarsi per crescere, liberi dagli schemi della società.

G.

locandinaANNI FELICI

RegiaDaniele Luchetti
Cast
Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna, Benedetta Buccellato, Pia Engleberth
Produzione:
Francia, Italia 2013
Genere
Drammatico
Durata
100 min

 

Il potere dell’arte


b27fae815ad1120b2e0f6a7067001a7d– Non vedi te stesso in ogni quadro che ami? Ti senti inondato di splendore. È una cosa che non si può analizzare o esprimere con chiarezza. Cosa stai facendo in quell’istante? Stai guardando un quadro alla parete. Tutto qui. Ma ti fa sentire vivo, nel mondo. Ti dice sì, tu ci sei. E sì, la tua sfera di esistenza è più ampia e piacevole di quanto immagini.

Cosmopolis di Don DeLillo, 2003

La finzione naturale


Aggirandomi tra le foto di Robert Doisneau, esposte alla mostra “Paris en libertè” a Palazzo Ducale a Genova, non mi rendo conto del tempo che passa, catturato dall’atmosfera parigina e dai volti misteriosi ed eloquenti dei soggetti. Terminato il giro soddisfatto, sono pronto a raccattare lo zaino dall’armadietto e correre di fretta a lezione. Ma un dubbio mi assale e mi costringe a fermarmi: ma la foto del manifesto? I due che si baciano? Mica l’ho vista.

Non posso andarmene senza averla nemmeno guardata di stralcio, insomma è possibile che non ci sia? Per fugare ogni dubbio chiedo al primo custode che incrocio, che tra l’infastidito e il divertito mi guida verso la tanto agognata fotografia, posta in mezzo alla prima sala, su un pilastro che mi era sfuggito completamente.

Il Bacio dell’Hotel de Ville“, 1950Il Bacio dell'Hotel de Ville, 1950

La guardo, ormai l’ho vista così tante volte sui cartelloni, i manifesti, i volantini e gli autobus di Genova che ce l’ho stampata nel cervello in ogni piccolo dettaglio. Però eccolo lì: il numerino che indica la registrazione. Premo il numero sul registratore, premo play e la saccente vocina ormai familiare inizia a raccontarmi tutti i retroscena dello scatto. E in effetti aver insistito per vedere la famosa foto ripaga proprio grazie alla registrazione, la più curiosa e interessante di tutte.

A quanto pare Doisneau deve a quest’immagine la fetta più grande della sua fama ma anche i fastidi e i dispiaceri più gravi. Innanzitutto vengo a scoprire che lo scatto non fu spontaneo, ma i due giovani, tali Françoise Bornet e Jacques Carteaud, erano stati pregati dal fotografo di posare per lui, che stava realizzando un servizio per la rivista americana Life. Soltanto negli anni ’80 la foto divenne una vera e propria icona, in quanto apriva l’album Tre secondi d’eternità, finendo su cartoline, calendari, poster. L’identità dei soggetti, però, rimase segreta dal 1950 fino al 1993, anno in cui due coniugi, Denise e Jean-Louis Lavergne, dichiararono in televisione di essere i protagonisti della fotografia, ritratti senza il loro permesso. La falsa accusa costrinse Doisneau a rivelare la natura dello scatto per difendersi e dimostrare di aver avuto il permesso. Françoise Bornet infatti si presentò da lui con la stampa autografata inviatale, portando alla luce la verità. I problemi non finirono per il nostro Robert, che fu accusato dalla stessa Bornet di sfruttamento abusivo della sua immagine. Anche quest’istanza fu respinta, poiché il volto della donna non era riconoscibile nella foto.

Certo, Il Bacio è una foto su richiesta di una rivista, con due protagonisti prestabiliti, ma riesce comunque a trasmettere un’estrema naturalezza. Dopotutto i due giovani erano davvero innamorati, e questo traspare, e altrettanto naturale è l’atmosfera, la folla in movimento, la città. La costruzione e la realtà si mescolano appannando i loro confini: Doisneau riesce a scavare e ricreare dal mondo che ha di fronte all’obiettivo il mondo ideale che immagina e desidera, come possiamo intendere dalle sue stesse parole:

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.

Autoportrait au rolleiflex, 1947

Oltre alla tormentata foto sono raccolte nell’esposizione più di 200 fotografie originali scattate da Doisneau nel periodo dal 1934 al 1991 nella sua amata Parigi: il percorso antologico presentato al Ducale è come una passeggiata tra i giardini e le strade della città, un viaggio tra i volti della variegata popolazione parigina, colta nei gesti e nelle abitudini di tutti i giorni. La mostra è iniziata il 29 settembre e per godervela avete tempo fino al 26 gennaio 2014.

G.

E luce fu


“Homo sum, humani nihil a me alienum puto”

Così recitava un verso della commedia “Heautontimorùmenos” di Terenzio del 165 a.c., nella quale Crèmete sottolinea il suo istinto naturale ad interessarsi alle vicende umane.

La traduzione di questo famosissimo verso suona come «sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano», che poi detto più semplicemente corrisponde a “Nulla che sia umano mi è estraneo“.

Questo mi sembrava assolutamente il titolo più naturale per il mio blog. Sapete, è un po’ il mio motto, la frase che mi tatuerei sulla pelle, per la vita. Sintetizza in modo perfetto la mia ideologia, il mio percorso di studi, le mie passioni.

Tutto ciò che riguarda l’umanità e le sue realizzazioni cattura il mio interesse, e immagino anche il vostro.culture_by_nilanja-d4g9jql
E in questo blog, in queste righe, voglio trasmettere almeno una piccola parte di tutto questo, voglio parlare dell’animo umano attraverso le sue creazioni, come la letteratura, il cinema, l’arte: la cultura insomma, che racchiude l’essenza più profonda dell’essere umano, con la sua ricchezza e le sue estreme contraddizioni.

Voglio raccontare ciò che vedo intorno a me, ciò che penso, avendo sempre come riferimento l’humanitas, che oggi più che mai sembra perdersi nell’omologazione, nella confusione, nel mare del mondo tecnologico, dove annegano le radici dell’essere umano.   Voglio parlare di creazioni altrui e creare qualcosa anch’io, attraverso le parole, uno strumento potentissimo per esprimere la potenzialità dell’uomo.

Così nasce questa mia creazione, che spero di poter condividere, poiché sta nella condivisione la chiave dell’umanità.                                                                                                                                     Siate felici!

G.